Perdere la faccia

di isabellagiorgio

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Ero ad Arte Fiera a Bologna,nel 2010,quando vidi per la prima volta un’opera di Nicola Samorì.Ricordo che incespicai un attimo davanti a una sua grande tela e subii un attimo di straniamento.”Subii” è sicuramente la parola più giusta,perchè quello che vidi mi lasciò del tutto impotente e mi accartocciò per qualche attimo lo stomaco.
Mi balenò in testa il Saturno che mangia i figli di Goya.

goya

L’opera era sulla stessa linea di quella che c’è in apertura a questo scritto e quella sbucciatura di faccia mi parve un atto talmente violento che per un momento provai un vago senso di ilarità nel vedere il resto delle persone che camminavano tranquillamente nei pressi, ignorando la brutale impresa che stava avendo luogo su quella parete.Le spellature di Samorì sembrano fatte con tanta freddezza,in modo così definitivo da lasciarti sconvolto per la precisione chirurgica degna di un pazzo psicopatico.

Mi sono domandata spesso perchè quest’immagine mi avesse tanto colpito.

La faccia è indubbiamente identificata, nell’immaginario comune,con la sede dell’identità.Per quanto anche il resto del nostro corpo sia senz’altro unico e particolare, è dalla faccia che le persone si riconoscono,si identificano.

“Face to face/heart to heart”.Il viso come sede dei sentimenti.La parola “volto” deriva dalla radice indoeuropea VAL,che indica il desiderare,come a dire che il nostro volto è la sede del desiderio e della volontà.”Faccia” può essere ricondotto a due diverse radici etimologiche.Da un lato potrebbe derivare dalla radice greca phan,che indica il manifestarsi,l’apparire:in effetti,come ho già detto,si ha sempre l’impressione che una persona si riveli,si renda riconoscibile nel momento in cui mostra il viso.D’altra parte una derivazione altrettanto plausibile è quella dal verbo facio,fare.Nonostante effettivamente siano ben altre le parti del corpo che agiscono,che concretamente “fanno”,il gesto del fare è connesso proprio alla parte meno attiva del nostro corpo per quanto riguarda la manipolazione degli oggetti:la faccia.

“Invecchiando io rivelo il mio carattere, dove per carattere devo intendere tutto il vissuto che ha plasmato la mia faccia. Che si chiama faccia perché la faccio proprio io, con le abitudini contratte nella vita, le amicizie che ho frequentato, la peculiarità che mi sono data, le ambizioni che ho inseguito, gli amori che ho incontrato e che ho sognato, i figli che ho generato. “Onora la faccia del vecchio” è scritto nel Levitico; è infatti un dovere del cittadino rendere pubblica la propria faccia e non nasconderla come oggi consentono gli interventi chirurgici.”(dal documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo)

orlanInutile dire che mai argomento è stato tanto attuale come adesso,epoca in cui la faccia,tramite la chirurgia estetica,è sempre di più frutto di un processo artificiale che porta a un generale appiattimento e omologazione dei tratti del viso,di solito mezzo per riconoscersi tra esseri umani e ormai diventati invece assimilabili a accessori al pari di borse e scarpe,da cambiare e modificare a proprio piacimento a seconda delle esigenze estetiche.Così un numero sempre maggiore di persone (soprattutto,purtroppo,donne) si trovano a immolare la propria faccia,letteralmente a perderla,per corrispondere a dei canoni estetici ogni giorno più rigorosi,che non lasciano spazio alla dignità del difetto,della ruga,della particolarità,ma che esigono un’uniformazione totale a modelli ideali.

L’artista Orlan (qui sopra e sotto) ha compiuto un atto a mio parere sconvolgente,decidendo di abbandonare la sua faccia per renderla la sua tela.orlan2Negli anni si è sottoposta a numerosi interventi di chirurgia estetica tramite i quali ha modificato i suoi connotati svariate volte e laddove non è arrivata tramite il bisturi è giunta con il collage e il fotomontaggio.Cosa può significare guardarsi allo specchio e non riconoscersi?Anche in un caso meno estremo rispetto a quello di Orlan,cosa accade ad esempio in una donna quando si guarda allo specchio appena sveglia e quando lo fa dopo essersi truccata?Qual’è la differenza?è sempre la stessa donna a guardarsi?O quel cambiamento,seppur piccolo,compiuto dal trucco ha modificato anche la percezione che la donna stessa e gli altri hanno di lei?Ha modificato in qualche modo la sua identità?

Da un’intervista a Orlan:” La religione, la psicanalisi e le superstizioni sono d’accordo sul famoso “Accetta te stesso”. Queste reazioni mi sembrano anacronistiche in quanto oggi è frequente l’intervento a questo livello: innesti di organi, cambio dei tratti somatici in seguito ad incidenti, o per semplice desiderio: non ci sono problemi, o per lo meno non più di quanti ce ne sarebbero senza intervento.[…] io non credo all’anima è la materia che pensa, è il corpo per intero…Il corpo è una borsa… […] Il corpo è obsoleto, non fa più fronte alla situazione: non è fatto per la velocità, e tutto va sempre più veloce.[…]”

Un modo di agire totalmente opposto è quello di Francesca Woodman,che raramente mostra i volti nelle sue opere.

 francesca woodman

Mi sono chiesta se il fatto di omettere la faccia dipendesse da una volontà di universalizzare i concetti espressi,di riferirsi cioè non a un individuo in particolare ma agli individui tutti.Sono però convinta che non sia così.

mary beth edelsonSemmai questo è il caso di Mary Beth Edelson(immagine a sinistra),che effettivamente -a mio parere- compie un’operazione che vuole diventare simbolo della femminilità in generale.Per la Woodman è tutto un altro discorso.

C’è una sorta di pudore e di mistero nelle sue fotografie e l’occultamento del volto sembra caricarsi di una vera e propria ritrosia.Credo che la prova di quello che affermo stia nella fotografia sottostante,in cui il volto della modella si riflette in uno specchio rotto che ne rende impossibile l’identificazione.è l’atto di una persona che nasconde la faccia non perchè non la reputi un elemento degno di nota,ma proprio l’opposto.La Woodman,io credo,si rendeva perfettamente conto del peso che ha un viso nella visione di una persona e il gesto di renderlo invisibile dà ancora più profondità e spessore alle sue opere.C’è davvero una vergognosa e delicata timidezza nell’opera della Woodman e una purezza sconfinata,per cui non me la sento davvero di proseguire oltre parlando di lei perchè ho il timore di farle del male e di bistrattare,benchè tanto la ami,la sua opera,che sicuramente non necessita delle mie inutili parole per acquisire maggiore significato.Certo però non potevo esimermi dal citarla in un discorso riguardante la perdita della faccia.

francesca woodman

Mostrare la faccia è dunque la massima rivelazione di sè,tanto che davvero poche persone tollerano di essere guardate negli occhi per più di qualche secondo,cosa che,tra l’altro,dovremmo fare più spesso e con chiunque,per il semplice fatto che è il modo più veloce e limpido per capire chi abbiamo di fronte.

Cosa può dunque significare l’eliminazione della faccia intesa come operazione artistica?

«Confessione e bugia sono la stessa cosa. Per poter confessare si mente. Ciò che si è non lo si può esprimere appunto perché lo si è, non si può comunicare se non ciò che non siamo: la menzogna»
Questo è uno stralcio dello spettacolo “Perdere la faccia” della compagnia teatrale di Faenza dei Menoventi,che hanno affrontato questa tematica all’interno di un cortometraggio creato in collaborazione con Daniele Ciprì.Ho assistito due volte alla sua proiezione,ogni volta stupendomi della semplicità e allo stesso tempo complessità del concetto che sta alla base di questo spettacolo.Nel giro di un’ora si può quasi letteralmente vedere e percepire il disfacimento della faccia degli attori man mano che la menzogna si rivela tale.Col procedere della bugia procede di pari passo la distruzione dei volti.Dis-fare la faccia.Anche una maschera è annullamento della faccia,dell’identità.Quale luogo migliore del teatro per farselo sbattere in faccia:
Attenzione:sono tutte bugie!

Mi avvalgo a questo punto delle perfette parole di Matteo Antonaci per giungere alla conclusione:“L’opera d’arte è sempre una confessione” scriveva Umberto Eco, ma, proprio per questo, essa è anche bugia. Una bugia della quale non si può far altro che avere cura poiché – citando Pablo Picasso – unico strumento utile a “realizzare la verità”.

Dopo aver passato molte righe a caricare di tanta importanza la faccia,mi balena per la mente l’immagine della testa di Orfeo,priva di corpo e destinata a fluttuare eternamente per le acque.Cos’è la faccia senza il corpo,ciò che più direttamente ci mette a contatto con la realtà?Ma di questo si riparlerà poi…jean delville

Portare in giro il nostro viso è una grande responsabilità,un grande peso,che ognuno sopporta come vuole (o come può).C’è chi non ce la fa e cerca di barare,di occultarsi.Chi,come Marina Abramovic,si è assunta completamente questo carico nel corso di una performance col risultato di uscirne sfinita.è sfiancante mostrarsi per ciò che si è.

Avete presente quelle situazioni in cui ci troviamo a osservare qualcuno sapendo che quella persona non vede il nostro viso?Tornate con la mente alla sensazione che dà quell’attimo in cui vi sentite padroni della situazione e al contempo protetti.Non è bello?Non è liberatorio,di tanto in tanto,perdere la faccia?
Solo ogni tanto,però.

michal macku

(Le ultime due immagini sono rispettivamente “Orfeo” di Jean Delville e un’opera senza titolo di Michal Macku)

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